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CHIESA, MASSONERIA, POLITICA, RELIGIONE

L’ELETTA DEL DRAGONE di Clotilde Bersone

Cattura

il libro di Clotilde Bersone, sconosciuto al vasto pubblico, richiede alcuni chiarimenti. Il libro “L’Eletta del Dragone” è una testimonianza unica nel suo genere, perché proviene da una donna che raggiunse il vertice del Nono Cerchio: l’Ispirata, cioè posseduta e portavoce del Dragone (Lucifero). Ma alla fine, ella si convertì, divenne Suora, scrisse le sue “Memorie” degli anni vissuti presso la Suprema Loggia degli Illuminati di Parigi, ed accettò il martirio per la sua conversione, quando, rapita dalla portineria del convento, fu ricondotta in Loggia a Parigi dove venne crocifissa. Da queste sue “Memorie” fu tratto il romanzo in francese:

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“L’Elue du Dragon”, poi tradotto in italiano da Mons. Augusto Moglioni. L’imprimatur dell’edizione italiana fu dato a voce, e non per iscritto, dal Vescovo di Pescara a Mons. Brandano, Abate di Pescara, perché si volle evitare che apponendo la firma non si accogliesse l’opera come ecclesiastica e quindi a parer loro… inventata. In una lettera al traduttore, il Rev.mo Prof. Amedeo C.M. su quest’opera scrisse: «Che dire della versione de “L’Eletta del Dragone”? Conosco diverse pubblicazioni sulla Massoneria, ma nessuna avrà l’efficacia di questa fotografia a colori dal vero. Benché contenuta nell’espressione, lascia sentire tutto il lezzo d’un immondezzaio ripugnante; benché da capo a fondo descriva ogni depravazione del senso umano, fino quasi al limite dell’assurdo, non fa pensare menomamente ad esagerazione, o ad esposizione a tesi, perché è evidente il tono di sincerità della scrittrice e la realtà anti-umana ad ispirazione diabolica della Massoneria. Neppure la prudente riserva del romanzo riesce a diminuire la persuasione che si tratti veramente di memorie storiche. Questo capolavoro presentato da Lei, aprirà gli occhi a molte anime…». Dicembre 1874. A 18 anni, Clotilde Bersone si trova a Costantinopoli, presso la Grande Loggia degli Illuminati

dell’Oriente, dove suo padre, membro della sètta, la informa che questa Loggia insieme ad altre sei Grandi Logge, avevano l’alta direzione della Massoneria comune e delle altre Società segrete. È in questa Loggia che la Bersone ha il primo incontro col Dragone: una bestia di marmo bianco distesa su un piedistallo in una attitudine minacciosa. Uno scettro ed una corona spezzati sotto le zampe posteriori; con sette teste, a volto quasi umano, alcune sembravano di leone, altre con delle corna. «È il dragone – disse suo padre – Qui la chiamano Idra, l’Idra della Cabala e degli Illuminati». Clotilde volle toccarlo, ma il padre balbetto: «Ero sicuro … Me l’avevano detto…Tu sarai Sovrana Eletta, o Clotilde, e la regina degli illuminati».

Al di là del mostro, sulla parete, Clotilde vede un quadro gigantesco che copriva il fondo della sala per due terzi. «Era il ritratto di Giuseppe Mazzini, capo supremo dell’Antica Carboneria, poi del Consiglio dei Maestri Perfetti da dove si era originata questa nuova sètta di Illuminai Superiori che presiedeva, a sua volta, su tutti  i massoni dei gradi inferiori. Mazzini, ritto, s’appoggiava a un Dragone come quello della sala. Teneva in mano una corona reale, da cui sembrava strapparne ad un ad una le gemme, con un ghigno sarcastico e crudele. Ai sui piedi il suolo era cosparso di crani e ancora coperti o di mitra o di diadema. dietro il tribuno, si ergeva una donna, fluida e bianca, che con una mano porge a a Mazzini una coppa piena di sangue fino all’orlo, e nell’altra teneva un globo terrestre, al piede s’avvinghiava un serpente, Mazzini indossava un magnifico costume che, poi, ho veduto essere quello del Grand’Oriente delle Grandi Logge degli Illuminati…».

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Il padre livido, balbettando, le disse: «Sì, abbiamo avuto due Ninfe… Sono morte… I Grandi Orienti aspettano la terza, quella che non morrà e che parlerà in nome del Dragone». Sin dalle prime pagine del libro, si entra nel vivo del Nono Cerchio: Il Dragone (Lucifero), la sua Ninfa (Ispirata) e il Grand’Oriente. Poi si vede apparire il Consiglio Superiore e gli Iniziati superiori tra i quali vi sono sempre tre “Rischiarati”, ai quali vengono consegnate tutte le idee che Lucifero, in varie occasioni, ha ispirato agli Iniziati e, di queste, nessuna può essere presa in considerazione, se non col loro triplice consenso. Le idee accettate, dai tre “Rischiarati” sono scritte nel gran registro della Sala del Capitolo. Tra questi tre “Rischiarati”, però, ve n’è uno, che è il solo detentore dei segreti mistici e che occupa il più alto posto esoterico del Nono Cerchio. A proposito di questo particolare Rischiarato, “detentore dei segreti mistici”e “specialista di occultismo”, è interessante riportare un fatto.

Prima del suo declino, Clotilde decise di supplicare personalmente il Dragone per illuminarla. «Dopo un’evocazione di quasi tre quarti d’ora, ebbi la sorpresa di assistere ad una manifestazione tutta nuova dello Spirito. Prima di tutto, i molteplici occhi del dragone di marmo si animarono e gettarono fiamme, mentre il resto del corpo rimaneva immobile e senza metamorfosi. Poi d ’improvviso, vidi lo Spirito, non più solo, ma diviso in tre forme, identiche tra loro e separate, come le tre personificazioni della stessa sostanza, a mostruosa immagine della Unità e Trinità di Dio! Il Dragone, la Bestia e l’altra Bestia a sua immagine, tutte e tre non facenti che una». Ecco la conclusione della Bersone al progetto prospettatole dal Dragone: «Forte di tale promessa e dell’interpretazione favorevole che Thiénet (il “Rischiarato” “detentore dei segreti mistici”) mi diede della forma bizzarra delle apparizioni, accettai di appoggiare il progetto del Dragone». Evidentemente, l’Ispirata del Dragone, a quel tempo, non conosceva il “segreto mistico” della blasfema e satanica Triplice Trinità massonica.

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Riportiamo ora l’importante testimonianza della Bersone sulla struttura gerarchica della Suprema Grande Loggia degli Illuminati di Parigi, al cui vertice si trova il Nono Cerchio.

«In realtà, tra gli Illuminati di ogni Grande Loggia ci sono nove Cori o Gironi (o Cerchi), divisi in tre gradi:
1) Gli Adepti, divisi in quattro Gironi secondo le loro attitudini: non conoscono in realtà nessun segreto, se non una specie di formulario enigmatico, del quale non afferrano neppure il senso. Ahmed Pascià ebbe la galanteria di farmi passare con un salto sopra questo grado, senza prove e senza stasi: è quindi il grado che conosco meno per esperienza. Il silenzio non è imposto a queste prime reclute se non sulla loro adesione alla Loggia, sull’indirizzo del locale e sulle sedute che ci si tengono: questo, sotto le pene più severe. Agli occhi loro quello che ha più importanza sono le parole d’ordine e i segni massonici di riconoscimento, destinati unicamente ad evitare l’intrusione di profani nella Loggia. La loro quota obbligatoria è di 400 franchi all’anno, tanto per incominciare, quota che viene aumentata di 100 franchi per ogni promozione in un, nuovo Girone.

2) Il quinto Girone comprende i Novizi, o candidati proposti all’Affiliazione dai Dignitari, dopo studio serio del loro carattere e delle loro disposizioni. Di questo grado anfibio io ero considerata provvista al mio arrivo. Il sesto Girone è quello degli Affiliati semplici, e il settimo Girone quello degli Affiliati superiori, che comprende tutte le cariche di poca importanza.

3) All’ottavo Girone appartengono tutti gli Iniziati e i Dignitari, a incominciare dal secondo Grand’Oriente, all’Esecutore delle Alte Opere, ai Giudici delle Cause ordinarie, al Gran Maestro, al Cancelliere, al Segretario e a tutti i membri del Gran Consiglio. Nel nono Girone, infine, sono compresi il Grande Oriente e gli Iniziati superiori, tra i quali ci sono sempre tre “Rischiarati”, ai quali vengono consegnate tutte le idee emesse: di queste nessuna deve essere presa in considerazione, se non c’è quel triplice consenso; e l’Ispirata, quando piace al Dragone di eleggerne una. All’insieme dei nove Gironi deve essere presentato, in cerimonia, ogni novello Iniziato, ma soltanto a titolo di Affiliato salito in carica; e il secondo Grande Oriente a questa cerimonia prende il posto del primo, affinché la personalità sovrana sfugga alla maggior parte degli assistenti. Gli altri sei Iniziati superiori sono ai loro posti intorno al Tavolino semicircolare». (pp. 190-193)

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Ci si potrà domandare: quando nacque la prima Grande Loggia strutturata gerarchicamente in nove Cerchi? La Bersone ci fornisce preziose informazioni che, presso la Suprema Loggia degli Illuminati di Parigi, ella lesse sul libro le “Profezie” del quale, nel mondo, vi erano solo sette esemplari, presso le sette Grandi Logge degli Illuminati. Ecco cosa scrive: «Sopra la pagina che custodisce le “Profezie” propriamente dette, figurano un triangolo rovesciato e un grossolano disegno rappresentante il caos… Secondo questo libro, la prima Loggia massonica superiore fu fondata alla fine del secolo X…Lo Spirito, che si suppone parli nel 999, inizia con una specie di racconto biblico, a rovescio, della Genesi: “Io ero e regnavo al di sopra della distesa; un giorno si fecero per me le tenebre, e io ho sofferto. Allora, tra i geni amici, sorse una voce che disse: “A colui al quale si è fatto torto, salve”… dal fuoco uscì la luce che, librandosi sulla terra, generò i suoi figli. Allora, prima che scoccasse l’anno mille, furono veduti arrivare sulla terra, che aveva per Madre la vera Luce e il Fuoco per Dio, degli spiriti finalmente rischiarati. Gli Uomini fremettero, senza che potessero discernere ciò che li agitava così. Essi sentivano, senza saperlo, che un mondo nuovo nasceva in mezzo al mondo, ed essi credettero che l’antico universo fosse

alla fine. Come se tutti stessero per morire, ciascuno si disponeva a disfarsi dei propri beni». L’oracolo riprende: «Io son venuto in mezzo a voi, o Figli delle Logge, come il Pellicano verso i suoi piccoli, dopo aver trafitto il mio seno e avervi nutriti col sangue delle mie sofferenze, con le lacrime del mio esilio. Ed io non vengo per essere elevato e rimesso su un trono, ma per domandarvi la vita per mezzo del sangue dell’Agnello. Seguono poi oracoli concernenti l’avvento della Massoneria, … e, alla fine dei tempi, il completo impero della Setta … poi l’apparizione di un mondo nuovo, popolato, per mezzo della metempsicosi, dei fedeli dello Spirito portati dai loro meriti a uno stato superiore, al riparo da ogni sofferenza…». È interessante notare che la data dell’anno 999, e il numero 9 dell’ultimo Cerchio della struttura gerarchica della Grande Loggia rivelano lo scopo ultimo di Lucifero e della Massoneria. Ricordando che il n. 9 “nasconde” il n. 18, e che 18 simboleggia anche il Marchio della Bestia 666, si ha che 999 = 3 volte 666 = simboleggia la Guerra a Dio, mentre il n. 9 = 18 = 666, simbolo dell’Anticristo, simboleggia l’eliminazione della Redenzione del Sacrificio di Cristo sulla Croce dalla faccia della terra.

I MISTERI DELLA GRANDE LOGGIA

La prefazione all’edizione francese de “L’Eletta del Dragone” inizia con queste parole: «Questo romanzo è tolto, quasi pagina per pagina, dalle “Memorie” inedite di Clotilde Bersone, che fu, a Parigi, dal 1877 al 1880, l’amante di I.A. Garfield, eletto nel 1880, Presidente degli Stati Uniti, e assassinato nel 1881. (…) In una biblioteca di un Istituto Religioso esiste un doppio manoscritto, autentico, di queste “Memorie”, con la data del 1885; e queste “Memorie” sono state copiate, notoriamente, compilate e corredate di note critiche di rara competenza dal R.P.X. Perché dare a questo libro il sottotitolo di “romanzo”? Perché non potevano assumersi, storicamente, le responsabilità delle gravi imputazioni, vere o false, che l’autrice, nella sua confessione, scaglia non soltanto contro l’alto personale della Terza Repubblica francese, ma anche contro certi capi più rinomati dell’opposizione. (…) Come evitare, però, che certe fisionomie conosciute non rappresentassero lo Stato, in questa specie di processo criminale aperto, non contro tale o tal altro uomo in particolare, bensì, contro il regime

Non si vogliono prendere queste “Memorie” come storia di ieri, si prendano come storia di oggi! L’impressione principale che abbiamo voluto far risaltare da tutte queste pagine è che, in realtà, dal 1871, in Francia, il potere è nelle mani di una potenza occulta, e la Grande Loggia e il Grand’Oriente non ne sono che gli strumenti. In una parola, Satana è il vero padrone politico della Francia per conto di Lucifero, l’Internazionale Massonica: essa è la vera “Eletta del Dragone”: questo il senso, lo scopo, la portata di quest’opera. Noi non siamo in periodo di democrazia, bensì in un periodo di “demonocrazia” come diceva Monsignor Gouthe-Soulard». Le ultime parole delle “Memorie” di Clotilde Bersone sono: «Ce n’è abbastanza perché il segreto di codesti Signori sia sventato e questo ben valga la pena di essere morta. Ed io offrirò a Dio la mia vita, perché si degni suscitare cristiani capaci di profittare dell’avviso e di spezzare cotesta tirannia».

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con la testimonianza di Clotilde Bersone sulla struttura gerarchica della Grande Loggia degli Illuminati, al cui vertice domina il Nono Cerchio, riteniamo che la via più naturale e sicura, per comprendere meglio la natura satanica di questo Cerchio, sia quella di sentire gradualmente il lezzo di questo immondezzaio ripugnante e scoprire la depravazione umana che, dal grado più basso al più alto, sale fino al limite dell’assurdo e dell’immaginabile. Il libro della Bersone, ci farà da guida in questo percorso di corruzione satanica.

Dopo aver avuto il primo contatto con la statua dell’Idra della Cabala, ed aver visto il quadro di Mazzini con la coppa piena di sangue, nella Grande Loggia degli Illuminati di Costantinopoli, la Bersone fu invitata ad un pranzo dal Grand’Oriente, Ahmed Pascià. «Eravamo soltanto sei convitati, e lì fu un pranzo di buona società, solo che ci fu un po’ di eccesso nei vari vini. Alle sei del mattino si beveva ancora, nonostante tutte le prescrizioni del Corano… Ahmed Pascià era totalmente ubriaco, e a poco a poco il festino volgeva all’orgia. Inqualificabili proposte si andavano facendo e potei ben distinguere, in una sala accanto, preparativi da bordello». Durante un’altra visita in Loggia a Costantinopoli, Clotilde, insieme a suo padre, riesce ad entrare in un luogo segreto: la camera delle torture.

«Per un labirinto di corridoi e di scalette secondarie, discutendo, arrivammo a un sotterraneo basso a volta. Aprì la porta senza prevedere l’orrore dello spettacolo. Ci trovammo entro una cripta, tutta piena di strumenti di tortura. (…) per terra vidi giacenti pezzi umani, ancor sanguinolenti o scarnificati: mani, piedi, braccia,
teste: e da quel macello esalava un puzzo abominevole di carnaio. In quell’orrido scenario, ecco, vidi due fantocci, ritti, uno di faccia all’altro, con la tunica macchiata di sangue. Uno di essi, sul capo, portava la corona, l’altro la tiara. Accanto uno stiletto, alcuni pugnali col sangue raggrumato. Tutto testimoniava che tali armi omicide non avevano colpito gabbie di vimini o vesciche piene di carminio, bensì carne viva e umana; e quella coppa che offrivano le Ninfe, in quei luoghi maledetti, ai grandi redentori dei popoli, non era una metafora, era una realtà, una coppa cioè di sangue ancora caldo di vittime assassinate». Nel giugno 1875, Clotilde giunge a Parigi, la sede della Suprema Loggia degli Illuminati; la Loggia che dominava le altre sei Grandi Logge del mondo. A Parigi, ella incontra Abramo Garfield che, nel 1881, diventerà Presidente degli Stati Uniti. Aveva 44 anni ed era Grand’Oriente della Grande Loggia degli Illuminati della Francia, col pretesto di viaggi, per inchieste.

Riconosciuta idonea all’affiliazione, dopo averle fatto rinnegare il battesimo e giurare eterna obbedienza alla Loggia, ha inizio la parte culminante del rito di affiliazione. «Il Gran Maestro, allora, mi fece alzare e avanzare dinanzi ad uno ad uno, e tutti mi respinsero, con parole di disprezzo e di odio, come se i loro sentimenti verso di me fossero cambiati, come se mi giudicassero incapace di superare la prova. Allora, Garfield afferrò il mio braccio, mi aprì una vena, e lasciò colare il mio sangue, un terzo di bicchiere, poi bendò la ferita. Mi si ritolse la benda, mi si mise una spada in mano, mi si condusse dinanzi un, cosiddetto, cadavere coronato, nascosto nel “manichino” di vimini. Un canto ebraico riempì la sala. Dopo ogni strofa, il Grand’Oriente recitava, su un grosso libro, una specie di lezione. Alla fine di ogni lezione, il coro, a più riprese, lanciava l’anatema: “Maledetta!.. È una maledetta!…”.“Colpisci!” mi comanda Garfield, additandomi il fantoccio regale. Mi sembrò che tutto girasse attorno a me. Alzai l’arma, il sudore alla fronte… La lezione di Costantinopoli m’aveva istruita, non vi era dubbio alcuno che io stavo per assassinare, assassinare con la mia mano, e per davvero; non era una commedia! Un tremito nervoso mi scosse tutta, trepidante e selvaggia. (…) In un’enorme coppa di bronzo, posta su un treppiedi, Garfield gettò un pugno di erbe aromatiche. Una fiamma enorme si alzò, con fumate inebrianti. Tutti gli Affiliati, in semicerchio attorno a me, avevano estratto i loro pugnali: sembravano volermi trapassare, per ridurmi, almeno su questa scena d’orrore, a un silenzio eterno. Allora, con un riso stridente, indietreggiai di un passo, fissato il punto segnato sul “manichino”, che dovevo colpire, con tutte le mie forze, titubante, ebbra, frenetica, sferrai il mio colpo. Un getto di sangue caldo inondò le mie spalle, e caddi a terra più morta che viva. Io…avevo… ucciso!!! Per sempre criminale, avrò quel sangue sull’anima come un altro battesimo dell’inferno, per l’eternità. Ah, maledetta! veramente maledetta! Il Gran Maestro, coperto di un manto bianco, mi rialzò, mi sollevò da terra, inerte, rivolta con la faccia all’assemblea. Due Affiliati distesero sopra il mio capo una coltre funebre; Garfield m’intimò: “Si prostri, ora!… Si sottometta, o povera incredula, alla Potenza superiore dell’Essere Supremo che noi adoriamo tutti, qui, e che ci governa”. M’inginocchiai; lui, brandendo dal fuoco una specie di punteruolo minuscolo, me l’applicò al lato sinistro della fronte. Per un secondo la carne abbrustolì, e una sofferenza acuta mi morse la tempia: io non mossi ciglio. (…)

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Una benda di tela fine, imbevuta di un linimento speciale, fu subito spalmata sulla cicatrice calmando immediatamente il dolore. Io ero per sempre segnata del Sigillo della Bestia; ma lì per lì io non capii l’orrore di questa consacrazione infamante. Tutto mi era divenuto indifferente, salvo la speranza di far ripagare, un giorno, tutto ai miei carnefici». Il Martedì Santo, Clotilde è convocata in Loggia e riceve l’ordine di portare, per il Giovedì Santo, quindici ostie consacrate.  «La commissione non mi piacque affatto, ma gli ordini della Loggia non si discutono, ma si eseguono. Debbo confessare che mi ripugnava questa colletta sacrilega; non era né per rispetto per le cose sante, né per paura della dannazione. Ho corso tutta la mattinata, dal Mercoledì al Giovedì Santo, da un santuario all’altro; mi inginocchiavo al momento voluto a tutte le balaustre che trovavo. Per evitare di spezzare o di deformare l’ostia, se si fosse incollata sulla lingua, m’avevano insegnato di sciacquarmi la bocca con aceto forte, che secca le mucose. Appena il prete aveva deposto il sacramento sulla mia lingua, fingevo d’inchinare piamente il capo e riponevo l’ostia consacrata tra le pagine di un libro provvisto di carta assorbente». Il Venerdì Santo, Clotilde, recatasi in Loggia, partecipa alla celebrazione della Settimana Santa. «Confondendomi deliberatamente all’afflusso degli Affiliati, che in silenzio si recavano al piano superiore, mi trovai nella Camera Verde, ove aspettammo gli Iniziati e gli Adepti. Appena giunti, si iniziò, se così si può osar dire, la festa, con una cerimonia comune. Al muro della sala, dal lato del Posto di vigilanza, era addossato un altare di marmo bianco, il cui centro portava un incavo. Al di sopra, giaceva un agnello, anch’esso di marmo; la sua testa era coronata di spine e le zampe trafitte da chiodi, il cuore trapassato da una lancia. Non c’era bisogno di spiegare questo simbolismo. Il Dragone e l’Agnello; il Cristo e l’Anticristo: tutto il vero segreto della Massoneria universale era là, schiacciando i miei occhi che non volevano vedere. Ed é per questo che questa festa della crocifissione è la Pasqua trionfale delle Logge; per questo tutte le Logge, in luogo della domenica dei cristiani, sognano, un po’ dappertutto sulla terra, di fare del venerdì il loro giorno di riposo e di baldoria per commemorare la loro vittoria. Quando furono tutti riuniti e disposti dinanzi questo apparato, un Fratello postulante, salendo l’altare, afferrò un agnello vivo, lo scannò e, metodicamente, lo trafisse con tutti gli strumenti della Passione, come nell’Agnello di marmo. Ne distaccò poi la testa, i piedi e il cuore, cinicamente e sapientemente seviziati dalle sue mani, e questi pezzi gettò, come per purificar tutto col fuoco, nel braciere di bronzo, dove fu immerso nella coppa di marmo, come per purificare tutto con l’acqua.Il sacrificatore, allora, si lavò le mani nel sangue che riempiva la cavità in mezzo all’altare; afferrò il ciborio, ne consumò l’Ostia consacrata, stritolò e insozzò a suo piacimento le altre ostie, recitando in ebraico la parodia di un testo sacro: “Non sei più tu che vivi, ma io che vivo in te, e t’immolo con le tue stesse mani”! Disceso dall’altare, si scoprì il collo, immerse il capo nel bacino, si lavò le braccia e uscì. Gli Affiliati, afferrando i rami di olivo, li gettarono sul suo passaggio e lo seguirono in processione, le braccia incrociate sul petto. (…) All’uscita, i diversi gruppi d’Illuminati si separarono. Gli Adepti e Affiliati inferiori si recarono alla Biblioteca e fu servito loro alla rinfusa carne e pesce, affinché trasgredissero così doppiamente, di Venerdì Santo, la legge ecclesiastica dell’astinenza. Gli altri discesero nel sottosuolo, lungo la Sala del festino, ma senza entrarci: perché là il gruppo, di nuovo, si separò in due. Soltanto gli Iniziati, seguendo il lungo corridoio, entrarono nella Gnosi. Quanto agli Affiliati superiori, ai quali io appartenevo, risalirono alla Loggia quadrata, dove un’altra parodia accasciante e nauseante cominciò. Un Crocifisso d’ebano era posto in mezzo al Tavolino a semicerchio. Al centro della sala, in fondo, un “manichino” con la tiara in testa e la veste bianca; al lato un tripode, sul quale riposava un libro sormontato da undici candele. Altri due tripodi erano sormontati, ognuno, da altrettante candele: disposti in triangolo rappresentavano in quel modo, a tre, il delta sacro, mentre le 33 candele figuravano i trentatré gradi o gradini della misteriosa scala che mena all’Alta Massoneria.

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Ad un tratto, un canto orribile si levò e un’atmosfera di demenza agitò la sala. T*** afferrò una accetta; un clamore formidabile risuonò, mentre egli con un colpo vigoroso si scaraventò al collo del “manichino” dove pareva essere racchiuso un cadavere…A quel colpo, la vittima gettò un grido stridente, e i suoi occhi uscirono dalle orbite. Un secondo colpo fece ruzzolare la testa per terra. A quella specie di delirio seguì un silenzio improvviso. Ciascuno degli Affiliati, uno dopo l’altro, andò a temprare la sua mano nel sangue del decapitato; ma io indietreggiavo spaventata davanti a questo nuovo delitto. Un Affiliato più umano toccò la mia mano con le sue dita sanguinolenti, sussurrandomi all’orecchio: “Coraggio, sorella mia! Se la tua mano non è macchiata come le nostre, la si potrebbe reputare tiepida o complice: ora il nemico della Loggia deve essere il nemico di noi tutti”. Io udii appena, ancora agghiacciata d’orrore. La vittima era veramente viva? O io ero stata lo zimbello di una odiosa messa in scena? Ma già la cerimonia seguitava il suo corso e mi trascinava, mio malgrado. Avevano posto la testa su un piatto d’argento; noi processionalmente passammo alla Camera rossa, destinata, come si è detto, alle prove del sangue: quella testa fu deposta sul delta sacro: è un grande triangolo rovesciato fatto con un trasparente illuminato. Sui muri vi erano spade, sciabole, fioretti, lance lucenti: la camera ne era completamente tappezzata. Sono armi che brandiscono gli Iniziati quando un postulante esita a pugnalare il “manichino” pontificale o regale, oppure il cadavere imbalsamato. È proprio il tempio dell’assassinio. Con vero sollievo ritornammo giù alla Sala del festino dove, finalmente, ci si poté mettere a tavola dopo esserci lavate le mani. Mi fu impossibile mangiare, bevetti solo un goccio di vino: ero divorata dalla febbre. Alla frutta, lunghi brindisi alla libertà della nazione, alla morte del Papa, all’annientamento del Cattolicesimo. E ad ogni brindisi, il secondo Grand’Oriente scagliava un po’ di vino in faccia al Crocifisso e poi ognuno scagliò contro il Crocifisso metà della coppa, bevendo il resto alla moda massonica, in piedi e con la mano sul cuore. Il Cristo dislocato, spezzato, cadeva pezzo a pezzo dalla croce sulla tovaglia, tra i rimasugli dell’orgia; e ognuno, per disprezzo, si sforzava ancora di frantumare i pezzetti del Cristo caduti sulla tovaglia. Non bastasse questo, su un’Ostia consacrata furon inflitte delle incisioni, e poi la s’inchiodò, o piuttosto la s’incollò sulla croce di ebano. Certi sozzoni scatarravano anche contro l’Ostia. Finirono poi per gettarla in quell’acqua rossa di sangue, nella stessa acqua dove ci eravamo lavate le mani intrise di sangue. Rimasero parecchie altre Ostie, e parve che si

aspettasse qualcuno o qualcosa per profanarle. D’improvviso, vennero a bussare alla porta, e dovemmo risalire su, alla Camera del Noviziato, dove avevano preparato altre pietanze e altri vini. Una dozzina di femmine, della più bassa moralità, vere meretrici, truccate e dal linguaggio osceno, aspettavano là.
Come già me n’ero accorta parecchie altre volte, l’orgia, alla Loggia, finiva sempre in lussuria bestiale; e, questa volta, non si risparmiava neppure più la promiscuità di quei porci e di quelle meretrici! Durante quel tempo, l’ho saputo più tardi, quella gente si era divertita a profanare con toccamenti ignobili… le altre Ostie; e aveva finito di inebriarsi in raffinamenti di empietà e di impurità, inconcepibili e impossibili a descrivere». Il mese di giugno 1879, Clotilde fu chiamata a rimpiazzare un Iniziato, che era morto da poco. Garfield volle prepararla di persona e farle conoscere il vero segreto supremo, sul quale si basava tutta la potenza della Loggia.

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«É lo Spirito – affermò – rappresentato dal Dragone dalle sette teste. S’accorse subito che questo principio di catechismo alla rovescia suscitava il mio scetticismo assoluto. Incredula per natura e per convinzione, come avrei potuto credere a un potere extra-naturale di uno Spirito celeste o infernale? Non credevo in Dio, quindi, non potevo credere neppure al Diavolo! Garfield, cogliendo il mio pensiero sulle mie labbra canzonatorie, non abbandonò il campo; anzi, deciso questa volta a farla finita col mio scetticismo, affrontò la questione in pieno: volle rendermi sensibile la presenza dello Spirito. Lo vidi infatti alzarsi più ieratico e più imponente che mai. Mi fece un cenno di salire sul palco e volgermi verso di lui. “Guarda!” – disse allora. Lentamente depose il cappello e i guanti. Egli era vestito della tunica scarlatta e dell’ampia toga. I Raggi sacri brillarono sulla sua fronte; il Sole scintillava sul suo petto. Sprofondò la fronte sul pavimento e incominciò le evocazioni dirette al Dragone

ne, che egli chiamava “lo Spirito”. Frasi supplichevoli, umili, persino servili. Sette volte ricominciò, sette volte con la fronte toccò la terra. Poi rialzandosi, come esaltato da una forza invisibile, fissò lo sguardo nello spazio. Le sue labbra livide mormorarono parole senza senso. Ad un tratto, tutte le luci nella sala s’abbassarono, senza tuttavia lasciare la sala nel buio. Un rumore strano, come di un tuono lontano, riempì la Loggia, e il Dragone, il Dragone di marmo bianco, simile a quello della Loggia degli Affiliati, a poco a poco, si animò. I suoi molteplici occhi brillarono di una luce fosca. Le criniere delle teste divennero ondeggianti, il ventre rasentò la terra, la coda si ricurvò sul pavimento… si lanciò sulle tracce di Garfield che pareva volesse dominare quella bestia col suo sguardo magnetico. L’orribile Bestia si arrestò dinanzi al palco, come affascinata dal suo domatore. Garfield le chiese in tedesco: “L’Affiliata, detta Ninfa della Notte, deve accettare l’onore di essere eletta all’Iniziato?” “Si”, disse la Bestia. E la parola finì in un sibilo, simile a quello di un enorme serpente. Garfield riprese: “Ma é capace di sostenere questo grado con onore?” “Sì”, rispose il Dragone. E questa volta la parola finì in una stridente risata. Garfield, piegato il ginocchio, parlò per la terza volta, declamando con enfasi questa preghiera:

“O Tu, che io conosco per l’Essere supremo che governa e inspira le nostre intelligenze e i nostri atti – Tu che rischiari il mio spirito e guidi il mio spirito e guidi il mio braccio, – Tu che domini e muovi l’universo, opera della Tua mano, – Tu al quale appartiene il Cielo e la Terra, tutti pieni della tua gloria, immagini della tua immensità, – Tu, Luce, Forza e Materia, prova qui la tua potenza, che sa, quando lo vuole, sottomettersi gli spiriti e i cuori. O tu, la cui protezione si estende a ciascuno dei Tuoi figli, – Tu il nemico del Crocifisso, in nome del quale io maledico Dio e la Trinità, il Cristo e la Vergine Madre, cedi finalmente a colui che possiede il Tuo spirito, che é unum con Te, e che ha il diritto, in nome della Promessa e del Simbolo e del Sacro Deposito e in nome della sua credenza al Tuo dominio su ogni cosa creata, visibile o invisibile, di chiederti e di ottenere quel che Tu sai”. Seguì una breve evocazione in ebraico, la vera: perché tutta quella precedente, in lingua volgare, era stata detto da lui solo per mia… edificazione. Allora il Dragone, drizzando le sue sette teste, gli occhi delle quali si fissarono in direzioni divergenti, verso i diversi punti della Loggia, gettò un grido lugubre, che l’eco ripeté senza fine, e si fece un dovere di rispondere battendo il suolo con colpi ripetuti. É la più faticosa delle sue comunicazioni

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Bisogna, infatti, contare i colpi dati: il numero di essi corrisponde alle diverse lettere dell’alfabeto. Così, tre colpi corrispondono alla C, dieci colpi alla I, venti al T, ecc…Garfield, a questo modo, decifrò tutto il messaggio che diceva: “Inutile oggi, io la persuaderò da solo”. Poi, a parole cadenzate, in lingua italiana disse: “Odio
e Vendetta. O donna, vieni a me!” Cominciai ad ascoltare più attentamente, ma il Dragone a poco a poco si quietò, tornò al suo posto e, in pochi istanti, sulla sua base vi era di nuovo solo la statua di marmo bianco che c’era prima. Garfield, spossato, riprese anche lui il suo atteggiamento abituale di signore impassibile. Io discesi dal palco e mi felicitai con lui per avermi dato questo curioso spettacolo. Io ero sinceramente meravigliata, ma non convinta, temendo qualche suggestione dei suoi occhi di fiamma. Se n’accorse e non fiatò». Per vincere la freddezza di Clotilde, venne usata l’arma della gelosia. Garfield si dimostrò cotto per una ballerina dell’Opera, chiamata Mina, e questo finì col suscitare in Clotilde un odio ed una gelosia sempre più feroci, fino a farla decidere di rivolgersi direttamente al Dragone. «Un venerdì, che un oratore, salito sul palco mi aveva particolarmente stancata con i suoi ampollosi discorsi, successe che, girando attorno alla Tavola
circolare, non lungi dall’Idra di marmo, una voce sconosciuta mormorò al mio orecchio: “Odio e Vendetta. O Donna, vieni a me!”. Mi girai subito; non c’era nessuno accanto a me. Chi dunque m’aveva parlato così? Fissai per un momento l’Idra: era muta e immobile come una pietra. Però, la mia decisione era presa: tornare alla Loggia il giorno dopo, sola e, faccia a faccia, interrogare, a mia volta, l’Idra, anche se dovesse divorarmi. Spirito, Bestia, marmo o Dragone, se tacerà io non saprò più che farne di codesto Dio muto. Se, invece, parlerà porremo le nostre condizioni». Per entrare nel Tempio rotondo, serviva la chiave che Clotilde
doveva strappare a Garfield. Lo invitò, lo ubriacò e si impadronì della chiave e si affrettò ad entrare in Loggia. «Finalmente penetrai nella Loggia, accesi due o tre luci di gas e volsi i miei sguardi intorno. D’improvviso, i miei sguardi si posarono sul Cristo che sormontava il seggio del Grand’Oriente e ricevetti come uno “shock”. I miei sguardi incerti passavano da quella croce al Dragone. Restai confusa per una diecina di minuti. Subito, mi colpì il pensiero che, se esisteva davvero un ordine soprannaturale, meglio valeva propendere per l’Uomo, sia pur avvilito da un supplizio ignominioso, che per un Mostro, interamente animale. Ma io ero troppo lontana, sotto tutti i punti di vista, dalla Croce e dalle idee di perdono, troppo indegna della santità del pentimento, della misericordia del Divino Maestro.

Invano, audace e tentando Dio, salivo sul palco e mi rivolgevo al Crocifisso, dopo essermi segnata cinque volte, gridandogli: “Cristo, figlio del Dio vivente, se è vero che la tua potenza è al di sopra di ogni altra, dimostramelo e confondi qui il Dragone che ti sfida”. Ma più che una preghiera, la mia era una sfida. Sarebbe stato necessario, prima di tutto, umiliarmi, piegare le ginocchia e piangere. Il Cristo restò muto. Allora, folle di rabbia, lo bestemmiai, per la prima volta, di mio impulso. Con frasi furiose lo sfidavo di manifestarsi o di annientarmi: poi, come muta, tutta incespicante, andai a cadere ai piedi del Dragone: ero quasi esanime. Lo fissai, dapprima incerta; la mia mano lo toccò, come per assicurarmi che lui pure era insensibile e freddo. Poi, abbassando la testa sino ai suoi piedi, balbettai, in uno spasimo atroce: “Se tu sei il potente, mostralo. Se tu sei il Forte, muoviti!” Allora, come un fulmine, una delle zampe del bestione si posò sulla mia nuca. Il colpo mi stordì, e gli artigli strapparono la mia carne. I miei capelli s’erano drizzati, e tutto il mio cuore

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venne meno a quell’improvviso e brutale contatto con un soprannaturale al quale m’ero sempre rifiutata di credere. Nessun dubbio era più possibile! Nessuna soperchieria poteva ormai spiegarmi il mistero di quella zampa vellutata, calda e palpitante che mi stava stringendo. Spavento e gioia si disputavano l’anima mia; ma la sofferenza, da principio, fu la più forte. Gridai grazia e pietà, moltiplicando a pezzetti le invocazioni sentite uscire dalla bocca di Garfield. A poco a poco, la Bestia lasciò la presa. Per altri dieci minuti rimasi incapace di muovermi e di parlare. Poi, con un salto, mi alzai e fuggii sino sul palco: da quel palco, sforzandomi di dominarlo, osai fissare il Dragone. Scintille scoppiettavano fuori dai suoi innumerevoli occhi, e quella Bestia mostruosa apparve mostruosamente bella: si accordino i due aggettivi come si potrà. Delle sue sette teste, alcune erano di leone, altre di pantera; le une portavano un sol corno, altre due. Il corpo pareva piuttosto di leopardo, zebrato di nero. Le gambe corte, ma robuste, avevano artigli enormi.

“Spirito Supremo – gli gridai dal mio posto – è vero che tu mi chiami al posto al quale mi si vuol nominare?” “Sì”, disse la Bestia. “E che debbo fare ora per piacerti?” “Riconoscerti, con un ‘patto’ firmato col tuo sangue, per mia soggetta; proclamarmi tuo Supremo Signore, sottometterti in tutto alla mia volontà, abiurare con un atto pubblico la religione nella quale sei nata”. “E che avrò in cambio?”. “Onori e ricchezze”. Poi, con un tono più basso: “Odio e vendetta…”. Trasportata allora dai miei rancori, gli dichiarai: “Sia! Io mi darò a Te, quando avrò una prova della tua potenza, fuori di qui. Accordami due favori ai quali tengo immensamente… voglio vendicarmi della femmina che mi toglie ogni potere su Garfield”. Il Dragone ridendo stranamente: “Mina?.. Sia! Ch’ella muoia. Tu sarai la sola amante di quell’uomo!” Mi avvicinai a lui. La promessa sua aveva rotto il ghiaccio tra noi… non avevo più paura: “E puoi tu promettermi, in contraccambio di un totale abbandono, qualche cosa ancora? Qualunque siano le unioni, qualunque siano i legami che sarò obbligata ad avere, puoi tu fare in modo che non vi sia interessato il mio cuore e che quindi io viva senza troppo soffrire per questa mancanza di amore umano?” “Io te lo prometto.. lo posso e lo voglio!”. La bestia ridiventò immobile. Sfinita, mi gettai su una poltrona. Un’ora dopo uscivo dalla Loggia senza essere veduta. Sette giorni dopo, Mina cadde per la strada, per una mancanza cardiaca, dietro di lei, le ruote d’una vettura, ch’era proprio lì per investirla. (…) Una sera, sola, avendo riflettuto bene e ben cosciente di tale alleanza infernale, firmai e sigillai il “patto” segreto». Terminata la sua “preparazione”, Clotilde doveva subire le prove dell’iniziazione. Dopo essere stata rinchiusa per sette giorni in una cella buia, a pane e acqua, superata la prova, ebbe luogo il rito d’iniziazione che culminò con la seguente cerimonia. «Lentamente mi diressi verso il Mostro dalle sette teste e mi inginocchiai davanti a lui. Garfield, accompagnato da Thiénet e da Grévy, venne da me e m’interrogò con solennità: “A quale religione appartiene lei?”. “A nessuna”. “In quale religione lei è nata?”. “Nella religione cattolica”. “Rinuncia lei alle credenze di questa religione?” “Non ci ho mai creduto”. Mi presentarono un crocifisso abbastanza fragile. “Lo spezzi, se lei crede questo segno assurdo!”.

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Lo feci senza esitare, e gettai i pezzetti per terra nella sala. Portarono al Grand’Oriente un catino pieno di acqua rossa di sangue. Si prostrò fino a terra, recitò parecchie formule latine con cui pretendeva cancellare dalla mia anima il carattere e la sozzura del battesimo e, mentre i suoi due assistenti prendevano
ognuno un lembo della mia toga, Garfield mi versò, con un piccolo boccale, alcune gocce di quel liquido sulla testa, dicendo: “Che lo Spirito Supremo, che ci governa, lavi, col suo potere infinito, la macchia impressa sulla tua fronte e che ti ha resa la schiava del più vile signore. (……). Che tutto in te sia di Lui, persino il tuo stesso essere, affinché tu non viva più che della sua propria esistenza”. Il Grand’Oriente si prostrò a sua volta davanti al Dragone, si alzò grondante di sudore e, con ogni sorta di istanze, supplicò ancora una volta lo Spirito di apparire. Quasi un’ora trascorse in questa supplica accanita, lenta, lugubre e tuttavia straziante come un mistero antico. Ad un tratto, gettai un grido. Afferrata, sollevata da una forza invisibile, sarei precipitata nel vuoto, se lo Spirito non mi avesse sostenuta nello spazio, mentre alle mie orecchie risuonava la voce, ritrovata, di Colui che d’or in poi era il mio Beneamato. Che minuto straordinario! Tuttavia, lo Spirito mi aveva riposto dolcemente a terra coprendomi con le sue ali, in modo tale che di me non si vedeva che la testa e un lembo fluttuante della mia veste, e mi ritrovai in piedi, di fronte al “manichino”  coperto dalla tiara. Lo Spirito mi fece, lui stesso, scoronare quel simulacro, poi, armandomi di un arco, mi aiutò a trapassare con una freccia il suo petto. Spingendomi sempre, arrivai al “manichino” reale, gli tolsi il diadema e ne stritolai ad una ad una le gemme, come faceva Mazzini nel suo grande ritratto in piedi nella Grande Loggia ottomana. Gli spezzai lo scettro sulle spalle e con un pugnale gli trapassai il cuore. Come si vede, avevo fatto grandi progressi in questa scuola del delitto che è l’Alta Massoneria e non provavo più né noia né ripugnanza a piegarmi a queste cerimonie brutali, e neppure a quella avversione istintiva della sensibilità così naturale alle donne. Agivo in una specie di incoscienza. Quanto all’assistenza, essa era beante di sorpresa! Secondo il cerimoniale, il Gran Maestro deve accompagnare e guidare l’Iniziato attraverso quel rituale complicato; invece, con me, lo Spirito stesso volle servire da Iniziatore. Egli stesso mi presentò ancora un largo catino pieno di sangue, mi ci fece temprare le mani e mi condusse al centro della Loggia, dove recitai la formula destinata a suggellare l’ammissione. Poi, rovesciandomi la testa all’indietro, mi soffiò nella bocca, e mi sentii come animata da un fuoco vivo che divorò tutto il mio essere, infondendo al mio debole corpo una forza che mi rinnovava tutta quanta. Posseduta!.. Ahimè! Questa volta io ero proprio letteralmente e interamente posseduta dal Maledetto! Sul registro scrissero il mio nome, la mia età, i principali servizi resi durante la mia Affiliazione,

la data della mia Iniziazione. Vi apposi sotto la mia firma, il Grand’Oriente, la sua. I sei Cavalieri dell’Asia e i sei Iniziati firmarono dopo, e fu siglato del sigillo della Bestia. Quanto al foglio di carta, vidi che era disegnato con diversi segni massonici. Mi fecero una piccola incisione all’indice della mano destra, vi applicarono un minuscolo cachet portante il segno del Dragone; poi, con la penna intinta nel mio sangue, ripassai sopra, uno a uno, i segni tracciati sul foglio, come fosse un modello, e firmai col mio sangue il mio nome. Quei segni volevano dire: “Io rinnego la Trinità, il Sacrificio della Croce, la Religione Cattolica, e il Dio uno. Rinnego tutti

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i misteri non rivelati dallo Spirito, ogni opera che non emana da lui. Io mi abbandono a lui tutta intera, liberamente, corpo e anima. Io lo prego di possedere la mia intelligenza, la mia volontà, la mia memoria come suo esclusivo dominio”». Nella Grande Loggia degli Illuminati, il delitto era come uno “stato di grazia”, mentre le punizioni esemplari colpivano chi si rifiutava di eseguire un ordine di assassinio o rivelava l’attività segreta della Loggia. La Bersone ci racconta alcuni fatti: «Questa è la prova per la quale passa ogni Affiliato superiore che, per essere gradito, deve prima costituirsi in “stato di delitto” che è quasi uno “stato di grazia” per questa contro-religione. (…) Quindi, tutti i capi politici della Francia d’una certa fama, nessuno escluso, erano giunti alla loro alta posizione soltanto per mezzo delle Logge; ma prima, esse pretendevano da ciascuno di essi quella “prova”degna delle Logge.

DEES-SACRIFICES-HUMAINS

Da uno, per esempio, vollero che annegasse, con le sue mani, nella Loggia stessa, la creatura di una donna che aveva partorito clandestinamente; altri avevano dovuto pugnalare la vittima, il giorno della loro affiliazione superiore». «I due alti Iniziati Thiénet e Tirard vollero convincere il Conte di Parigi a entrare nella Massoneria, ma questi rifiutò e così due affiliati, Kellner e Tauler, furono incaricati di riprendere i contatti con lui e, se si fosse ostinato nel suo rifiuto, di trovare il modo di assassinarlo. Essi andarono a trovare il Conte a Chambord, ma furono ricevuti con tale squisita bontà che mancò loro il coraggio di eseguire il loro barbaro mandato di assassinio. Erano due affiliati un po’ timidi. Tornarono alla Loggia, dicendo che non avevano potuto avvicinare il Conte, ma lo Spirito li aveva già denunciati! Tauler fu messo nella prigione sotterranea e custodito come vittima per il successivo Venerdì Santo. Kellner, invece, fu ucciso dal Dragone in persona, in un corpo a corpo sanguinoso. La Bestia lo afferrò, in piena Loggia, tra i suoi robusti artigli e cominciò a lacerarlo; poi, sotto forma di Spirito alato, lo sollevò dal suolo, lo trasportò sin sotto la volta; allora, dividendosi in più Spiriti: uno, gli strappò i capelli; un altro, le unghie. Il suo corpo denudato fu coperto di bruciature e, infine, squartato, tra le grida orribili della vittima». «T… aveva per amante una donna maritata. Una sera un po’ ubriaco, si lasciò sfuggire alcune parole riguardanti l’attività segreta della Loggia. (…) La giovane donna era di natura leggera e di giudizio limitato e non si poté trattenere dal raccontare la sua avventura ad un uomo politico della sua parentela. Costui, che apparteneva al Gran Congresso, denunciò T… che, per difendersi, accusò l’amante. Attirata la donna con un tranello, ella fu rinchiusa nei sotterranei della Loggia dove, piangendo e gridando, rimase prigioniera per un mese. Poi, si istruì il suo processo. (…) Sette palle nere la giudicarono colpevole e mentre si stava pronunciando la sentenza, lo Spirito, improvvisamente, s’incaricò di pronunziarla e di eseguirla. Un lampo solcò la sala, un colpo di tuono rimbombò e una musica funebre incominciò a suonare, mentre il Dragone si precipitava sulla disgraziata. L’afferrò, la strinse con una sola delle sue zampe mostruose, la lanciò nello spazio. Ella ripiombò a terra, folle di terrore, sforzandosi di fuggire da quell’orribile Bestia; questa, con un salto, ritornò sulla vittima, la lacerò con i suoi artigli. La disgraziata fu ridotta ad una piaga sanguinolenta… Un colpo in pieno petto la fece vomitare sangue. Agonizzante, la donna domandò invano una goccia d’acqua. Il Dragone, per finirla, la scagliò a più riprese contro il muro, rendendole il viso una poltiglia irriconoscibile.

 Alla fine, vedendola esanime, si scaraventò sul cadavere e, con le molteplici corna in avanti, la trafisse con mille colpi». In seguito, Garfield fu dichiarato nemico della Loggia dallo stesso Dragone e, per liberarsi di lui, gli Illuminati lo fecero eleggere Presidente degli Stati Uniti, ma poi fu fatto assassinare per ordine del nuovo Grand’Oriente della Loggia di Parigi che gli era succeduto. Per la Loggia iniziò un periodo di decadenza, dove anarchia, egoismo e invidia generale destabilizzarono Clotilde che, tra l’altro, iniziò a provare i suoi primi rimorsi. La Loggia era frequentata anche da un certo prete… «Un prete, sciagurato, Don Mazati, salì all’altare alle due del mattino. I vasi sacri, caduti in potere della Loggia dall’epoca dei saccheggi nel 1793, erano disposti su un altare munito delle reliquie regolamentari. Gli Iniziati assistevano alla cerimonia e il celebrante si applicava a far tutto secondo i riti. Consacrò una pisside piena di ostie. Poi, detta la messa, buttò via gli ornamenti sacerdotali e si mise a tavola. Le Ostie venivano mescolate sdegnosamente con le salse, buttate sulle macchie del vino. Thiénet ne gettò una a un cane, in un boccone di carne. Grévy si divertiva ritagliarci disegni osceni. Don Mazati le crivellava con un temperino. Altri le profanavano con toccamenti ignobili, e alla fine dell’orgia, quando erano introdotte le meretrici, facevano consumare a queste le particelle ancora riconoscibili. Sacrilegi che lo Spirito approvava e gradiva visibilmente! Ora, Don Mazati evocava il Dragone non secondo i nostri riti, ma in nome della Santissima Trinità, e, ogni volta, lo Spirito immediatamente si arrendeva a tale scongiuro».  Clotilde Bersone racconta un suo incontro col Dragone: «Era la notte del giovedì al venerdì. Ero sola nella Loggia. Per due ore, orologio alla mano, mi estenuai in scongiuri diversi. Allora annoiata, l’invocai un’altra volta con la formula: “In nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…”. Immediatamente, mi apparve, contrariato e scontento. Gli chiesi perché obbediva con puntualità a questo scongiuro: “Perché – mi disse con un tono seccato – essa é di uso sin dal principio”. Allora, volli tentare un colpo, intimandogli per capriccio, per vedere l’effetto: “Ora, in nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, ritirati. Vattene!”. Si ribellò con un ghigno spaventoso: “Rinviato, sia! ma non da te! Tu mi appartieni. Io posso venire, non posso essere cacciato da me stesso”. S’impadronì rumorosamente di me con una violenza inaudita: corpo, spirito, volontà. E tutte le sue suggestioni mi s’imposero immediatamente. Per dargli soddisfazione, scientemente, se non proprio volontariamente, abbracciai il male, maledii il bene. Abiurai ogni personalità mia, per l’orgoglio di essere Sovrana Amante di questo Spirito delle Tenebre. E quando infine consentì a ridarmi l’uso e la libertà del mio spirito, con una grazia migliore rispose alle mie questioni, tanto più che seppi non spingere, troppo oltre il mio interrogatorio: “L’espulsione dei religiosi, alla quale lavoriamo ora con tanto ardore, l’otterremo?” “Si”. “Presto?”. “Lo credo, ma non vi frutterà quel che pensate”. “Cioè? Forse che sei dalla parte dei religiosi, delle
religiose e dei loro difensori?”… “No, li schiaccerei tutti, se ne avessi il potere!”. “Come, se ne avessi il potere? Non sei tu l’Essere Supremo? O esiste, al di sopra di te, un Principe Superiore, più potente ancora?”.

TROTSKY

Si rotolò ruggendo ai miei piedi, piuttosto che articolare una parola. Una sola parola uscì finalmente dalla sua gola di fuoco, e non aveva alcuna relazione con la mia domanda. Non era una risposta, ma un grido, un nome, che io non seppi comprendere: “Beelzebub!”. “Perché – risposi io senza pietà – non mi rispondi?
Perché lasciarci senza luce, noi, tuoi fedeli e tuoi eletti, quando un miserabile prete, quale quel don Mazati, ti costringe a parlare, nel suo latino di cucina, con l’aiuto di una banale formula cattolica, alla quale lui stesso non crede più?”. Il Dragone, ancora una volta, non mi rispose che con urla atroci e di nuovo mi gettò selvaggiamente a terra, poi sollevandomi da terra mi sollevò abbastanza in alto per poi lasciarmi ricadere con tale e tanta brutalità che dovetti averne fracassate tutte le membra».

La ribellione di Clotilde causa il suo allontanamento dalla sua posizione di Ispirata e dalla Loggia; la sua infedeltà viene punita. «Sotto pena di morte, ricevetti il mandato di partire immediatamente per Grenoble, dove dovevo attendere gli ordini, in una casa di… convegno, per non dire di tolleranza, dove d’ora in avanti dovevo avere la mia residenza obbligata fin che lo Spirito, soddisfatto della giusta riparazione che gli dovevo, non m’avesse richiamata e ristabilita nelle mie alte funzioni: accettai fremendo di rabbia (…). Non era proprio l’ignobile casino pubblico. Reclusa, senza dubbio, e sotto buona scorta, il padrone, che era uno dei nostri Affiliati, aveva ricevuto l’ordine di trattarmi con tutti i riguardi compatibili con il compimento della mia disgustosa missione. Che caduta! Sì, non m’avevano mai dispensata da un delitto, certo; ma, almeno, mi avevano risparmiato il più possibile le bassezze.». Terminato il suo “incarico” presso la casa di tolleranza, a
Clotilde venne ordinato di trasferirsi in un’altra località. Il timore di trovarsi, ormai, di fronte alla sua punizione esemplare, la fece fuggire e si ritirò in un convento. Qui, iniziò la sua conversione. «Le mie amare riflessioni datavano dal giorno in cui il demonio aveva dovuto confessarsi impotente davanti l’evocazione: “in nome della Santissima Trinità”! Per molto tempo, chiusa a ogni fede nel soprannaturale, ne avevo dapprima scoperta una, ed ora ero costretta ad ammetterne due: quella del cattolicesimo e quella della Bestia, che mi confessò, però, che il Dio del mio Battesimo le era superiore. E bisognava essere cieca per non concludere che non le era superiore soltanto in potenza, ma anche in bontà, in luce e in divina perfezione. Io scoprivo così, poco a poco, che quel falso Spirito Supremo non era mai stato altro che il dio delle mie passioni e del mio appetito di cieche vendette. Dio non può essere l’Odio e la Menzogna. Io cominciavo ad aspirare, piano piano, oh! da ben lontano, alla Verità e all’Amore! (…) Ma forse non avrei mai avuto il coraggio di scuotere il giogo, se un avvenimento, nuovo e imprevisto, nella mia vita, non fosse venuto a costringermi a una decisione. Mi accorsi di essere incinta. Ora, ritornarmene a Parigi con tale fardello, non mi passava neppure un momento per l’anticamera del cervello. Io prevedevo troppo bene le sghignazzate infami della Loggia, le manovre abortive, la creatura annegata, per servire di prova per qualche candidato; e disseccata da quegli atroci provveditori di sangue e di carne umana per il Moloch di marmo del Tempio rotondo».

UN CONFRONTO

Proponiamo al lettore una curiosa coincidenza: in base a quanto affermato da Clotilde Bersone sulla struttura gerarchica di ogni Grande Loggia e dopo averne fedelmente rappresentato uno spaccato, ciò che sorprende è la strabiliante similitudine se non, addirittura, la coincidenza con lo “spaccato” dell’Inferno, tratto dalla Divina Commedia di Dante Alighieri. Ricordiamo che la Divina Commedia fu completata da Dante nel 1320; trecentoventi anni dopo la fondazione della Prima Grande Loggia, che avvenne “poco prima che scoccasse l’anno mille”, secondo quanto la Bersone affermò di aver letto sul libro le “Profezie”, presente in Loggia a Parigi e del quale vi erano solo sette esemplari in tutto il mondo, presso le altre sei Grandi Logge. 

struttura

Tutto sembra un’incredibile coincidenza: le tre grandi divisioni (i tre gradi), i nove cerchi, dove il 9° cerchio rappresenta una specie di “corte” di Lucifero dalla quale emergono le cariche più alte del satanico Ordine degli Illuminati di Baviera. Si ricorda che Giuseppe Mazzini fu il Grand’Oriente della Suprema Loggia degli Illuminati di Parigi, prima di Garfield; e sappiamo che Mazzini fu Capo d’azione politica della Massoneria Universale, cioè il braccio destro del generale americano Albert Pike che, a quel tempo, era il Supremo Pontefice della Massoneria Universale, detto anche Capo dell’Ordine degli Illuminati di Baviera.

Con questa testimonianza, la Bersone ci offre un’informazione di estrema importanza perché ci consente di conoscere l’appartenenza al 9° cerchio di personalità che sono salite ai vertici dell’Ordine degli Illuminati di Baviera. Un’altra informazione importante ce la offre Dante Alighieri quando definisce il 9° Cerchio come il Cerchio dei Traditori, cioè di quelli che, per brama di ricchezze o di potere, tradiscono membri della famiglia, la patria, gli ospiti oppure i benefattori. A questo punto ci si chiede: in quale luogo dell’Inferno Dante avrebbe messo i Prelati, o i Papi, che hanno tradito Cristo, la Sua Chiesa e i popoli cristiani?

DANTE

Tratto (con fatica e passione) da ChiesaViva.com

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